Frammenti di vita 

“Frammenti di vita” è una raccolta di testimonianze di alcuni cittadini durante la prima ondata di COVID-19.
L’iniziativa è stata lanciata da palliative ti per dare voce alla popolazione in questo momento storico molto particolare.
Queste esperienze di vita, uniche e preziose, raccontano e testimoniano mesi difficili ma che non saranno ricordati solo come un periodo triste.
Le interviste e i testi di seguito pubblicati sono originali o trascrizioni fedeli agli originali. Ci si è limitati ad eliminare eventuali errori di battitura e ortografici. 

Questo periodo molto particolare ha toccato tutti noi. Anche i bambini più piccoli hanno vissuto delle forti emozioni e sebbene non sia stato facile si è spiegato loro cosa stava succedendo alla nostra società.
La maestra Franca Gianinazzi della scuola dell’infanzia di Gemmo, partendo dalla sua riflessione, ha chiesto ai bimbi di esprimere i loro sentimenti.
Di seguito trovate i loro disegni e pensieri per i quali li ringraziamo molto.

 

MI AFFACCIO ALLA FINESTRA, MI GUARDO INTORNO E PENSO…

Spesso nel periodo di quarantena mi sono ritrovata ad affacciarmi alla finestra e guardare fuori perdendomi nella contemplazione del mondo esterno, un mondo vicino eppure nuovo e sconosciuto, carico di dettagli da scoprire.
Questa attività così semplice e istintiva mi ha aiutato ad affrontare l’ansia di quanto stava capitando.
Le notizie relative all’espansione del COVID-19 si moltiplicavano, io, affacciata alla finestra, respiravo, osservavo, riflettevo. Sentivo con forza rinsaldarsi un legame invisibile quanto essenziale, quello che lega ognuno di noi alla natura e, con la natura, al mondo.

In quei momenti ero davvero libera e felice. Più dettagli scoprivo più mi appassionavo.

La primavera stava esplodendo, le gemme si erano trasformate in fiori profumati o in piccolissime foglie verdi. L’aria si riempiva di colori e di profumi, le nuvole facevano ombra alle montagne che assumevano nuove forme e contorni. Anche gli uccelli riempivano l’aria dei loro canti; a me sembrava di sentirli per la prima volta.
Man mano la primavera trasformava il mondo circostante io sentivo che qualcosa stava cambiando dentro di me. Una trasformazione tanto impercettibile quanto essenziale.
Ora potevo sentirlo.
Potevo sentire battere non solo il mio cuore ma anche quello del mondo, essere parte di una realtà sconfinata e viva.
E per tutto questo bastava affacciarsi alla finestra.
Non potevo quindi fare a meno di proporre la stessa attività ai miei piccoli scolari una volta riaperta la scuola dell’infanzia, dopo la pandemia, curiosa di ascoltare i loro pensieri. Questi disegni rappresentano la loro testimonianza. Le scritte sono le fedeli trascrizioni delle loro parole.

 

PANDEMIA COVID-19
Ho 75 anni, 55 di professione (parrucchiera) ed è la prima volta che vivo una situazione dove tutto, ma proprio tutto, si ferma.
Da un giorno all’altro ti impongono di chiudere tutto; ciò non mi ha spaventata ma mi ha fatto molto riflettere.
Un virus prima sfociato in pandemia dopo nel 21esimo secolo nessuno se l’aspettava, eppure anche se invisibile esisteva e colpiva chiunque.
Grazie a Dio, vivo in una casa di proprietà dove ho un appartamento al piano terreno con un ampio giardino. Al piano superiore, abita mia figlia con la sua famiglia e 2 nipoti. Questa ubicazione mi ha permesso di sentir vicino la mia famiglia e sentirmi sicura.
In questo periodo di RESTATE A CASA in ogni momento, radio e TV ci imploravano di non uscire, rimanendo “chiusi” in casa avremmo contribuito a bloccare il virus.
Sono in buona salute, di carattere forte, difficilmente mi ammalo, non potevo non ascoltare le decisioni prese dal Governo.
Ho vissuto la quarantena (effettivamente 40 giorni) in serenità e consapevole che rimanendo a casa avrei evitato il virus.
Tra me e me dicevo che era il virus ad aver paura di me; e questo pensiero mi ha aiutato a vivere tranquillamente. Pensavo se ci fosse una guerra, un terremoto, un’inondazione allora sarebbe grave, ma siamo in casa al caldo dove nulla ci manca: cibo, letto, divano, musica, libri, TV e radio.
Pensavo solamente a come occupare il tempo, mantenendo il pensiero positivo poiché nulla ci mancava tranne la libertà di uscire e socializzare.

La situazione che più mi affascinava era IL SILENZIO. Nessun rumore, solo il canto degli uccellini che mi sembravano aumentati dal gran cinguettio che sentivo; era magico, guardavo la primavera che sbocciava, la montagna che iniziava a colorarsi di molte tonalità di verde. La natura non si era fermata, solo il tran tran giornaliero: lavoro, auto, aerei, scuole, asili. Quella quotidianità che solo con il lockdown abbiamo capito che eravamo saturi di stress e il mondo doveva fermarsi per pulire l’aria e anche l’anima di noi tutti.

I decessi
Ogni giorno qualcuno, la maggioranza anziani come me, moriva di COVID-19. Gli ospedali saturi, in cure intensive c’erano i casi più gravi, intubati. Ma la drammaticità era che queste povere persone morivano da SOLE, senza un parente vicino, persino i funerali sono stati isolati, che tristezza.
Centinaia di medici e infermieri erano occupati ad aiutare i malati, i letti non bastavano, si doveva costruire dei posti letti in tendopoli affinché tutti avessero accesso alle cure in quel momento. E noi a casa impotenti che non potevamo far nulla se non pregare per loro. Mi confortava che il Signore ci ascoltava e veniva in aiuto a lenire la sofferenza, perché il Signore vive dentro di me e mi dà forza e coraggio.

Durante questa emergenza, mi svegliavo al mattino e cercavo di organizzare la mia giornata inventando lavori che mi avrebbero impegnata. Essendo molto attiva, cercavo sempre un motivo per passare il tempo. E lo trovavo: svuotavo armadi, cassetti, spostavo mobili, riordinavo, pulivo trasformavo gli abiti tagliando e cucendoli, pitturavo mobili da giardino destinati ad essere buttati. Il pomeriggio, visto le belle giornate, lo trascorrevo su una sdraio con un buon libro, al sole, il tempo passava e arrivava subito sera. Cercavo di guardare il meno possibile la TV, volevo estraniarmi dalle brutte notizie, meno sapevo e meglio stavo. Non era puro egoismo ma un modo per sentirmi serena.

Ogni giorno, mia figlia passava, controllava che io stessi bene, faceva la spesa. Ma per il resto della giornata godevo della mia sana solitudine, silenzio e serenità che mi hanno aiutata ad andare avanti senza cadere in ansia o depressione, perché alla fine la vita è bella se la salute e l’amore vivono nel tuo corpo.
I due nipotini che vivono al piano superiore ogni giorno venivano a salutarmi a giusta distanza e il loro “Ciao nonna!” mi riempiva di gioia. Gli altri 3 nipoti che vivono a Montagnola li vedevo in videochiamata, i lori visi sorridenti e quello di mia figlia erano la grande gioia delle mie giornate chiusa in casa.

Posso dire di essere una donna, mamma e nonna molto fortunata e sono grata a questo mondo, anche se è in crisi. Ma dopo il brutto viene il bello, e il bello è che sono qui a scrivere questa storia che rimarrà nella storia.
Vi saluto e vi auguro tutto il bene che esiste al mondo, il più grande è L’AMORE.

Vi abbraccio
Franca Bonetti, 5.12.1945, pensionata


COVID-19: OGNI PERSONA HA MILLE VISSUTI

La telefonata di un sabato sera come tanti
Al telefono: “Tu che sei infermiera, lo zio non lo vedo bene; ha avuto la diarrea. Scendendo dalla macchina ho notato che ha il fiatone. Cosa faccio?”
“Chiama il medico di famiglia” dico. A breve richiama: “Ha detto di portarlo in ospedale, potrebbe essere il coronavirus.”
Le consiglio di chiamare il 144 per un trasporto in sicurezza.
Chiamano dall’ospedale: “Cure intense, sì o no?”
Iniziano i dilemmi. Di nuovo si fa riferimento al medico di famiglia, per fortuna molto disponibile. Lo zio non è vecchio, ma ha diverse comorbidità. Si decide per un approccio senza cure intensive in viaggio per l’ospedale Italiano. Il giorno a seguire, ci dicono che va meglio e di portare il C-PAP. Lo portiamo e lo lasciamo fuori dalla porta dell’ospedale barricato con un cartellino provvisto di nome e cognome. Dopo 2 ore la situazione precipita, ci chiedono cosa fare. Viene cambiata l’attitudine dopo una discussione in famiglia: trasferimento a Locarno, cure intense e intubazione. Da quel momento, ogni giorno viviamo in attesa della telefonata del pomeriggio. Ad ogni squillo del telefono sale l’ansia: “Stabile, sta solo supino, un po’ meglio, un po’ peggio, nuovo antibiotico, dialisi, va peggio, cortisone, stabile, non si gira, non va meglio…”
Tre settimane in attesa, appesi alla cornetta del telefono. Nel contempo lui vive isolato, senza la possibilità di abbracciare chi è restato a casa, chi con te conviveva.
Suona il telefono. Arriva la notizia che non si può fare più niente. Il decesso. L’invito a ritirare gli effetti personali che ancora sono lì, chiusi in sacchi e sacchetti.
Il funerale che non puoi fare, l’addio che non puoi dare. Resta tutto come sospeso. Il dolore di una voce che non senti, ma nemmeno la certezza che sia davvero successo perché non lo hai salutato.

Gruppi a rischio
Un giorno vai a lavorare e sembra tutto normale. Il giorno dopo senti il tuo medico: “Fai parte di un gruppo ad alto rischio, devi stare a casa.” Da una parte sei rassicurata, dall’altra, come infermiera, vivi un sentimento di frustrazione. Come posso lavorare lontano dal paziente? Come potrò rendermi utile?
Ovunque si invita il personale curante a rendersi disponibile per l’EOC; tu vorresti ma non puoi. Ma le cose cambiano, tu cambi. Essere infermieri non è solo al letto del paziente. Ho scoperto un altro modo di lavorare, non più facile. Il telefono e il computer quali mezzi di comunicazione. Rassicurare. Cercare di comprendere mentre l’altro parla. Com’è il tono della voce? Si ferma spesso? Come respira? Cosa sta vivendo? Cosa possiamo fare per aiutarlo? E scopri di avere più tempo per ascoltare. Ci sono alcune telefonate fiume che però fanno bene, come una visita a casa.

In questo limite ho scoperto la vicinanza. Nessuno ha dubitato del perché stessi a casa, tutti mi hanno stimolato a tener duro durante questo isolamento. Colleghi e direzione, famiglia e amici. Una situazione tutt’altro che scontata.

Al lavoro
Le priorità cambiano in ogni ambito, personale e lavorativo. A livello personale, ti rendi conto di quanto la salute (specie se già prima non era scontata) vada ancora di più ricercata, stimolando dei comportamenti sani. A livello lavorativo cambia il valore che dai ai sintomi. Oltre al triage di cure palliative, fai automaticamente il triage COVID-19. Verifichi se ci sono sintomi di raffreddamento, febbre, altri disturbi anomali… Se prima lo sguardo era quasi esclusivamente rivolto al paziente e al familiare, adesso queste domande si pongono per assicurare anche la tua protezione, quella del tuo collega.
Molte email ci aggiornano continuamente sulle nuove prassi da adottare. Noi che facevamo della vicinanza la nostra missione, ci troviamo a doverci misurare con la distanza sociale. Impariamo ad abbracciare con la voce, con lo sguardo, con l’ascolto.
Il limite imposto che prevede di poter effettuare solo visite in “urgenza” ribalta la nostra visione anticipatoria delle cure palliative. Situazioni instabili a domicilio, famiglie fragili. Noi, ci siamo.
Ci rendiamo conto dei nostri limiti, ci ritroviamo a dover adattare i nostri obiettivi. Abbiamo però la certezza di fare il massimo di quanto possibile in questa situazione.

Casa per anziani
Poco prima della pandemia la nonna è stata istituzionalizzata. Abituata ad essere circondata dai figli e nipoti, ora si ritrova da sola. Il medico cantonale ha vietato le visite. Ultranovantenne, ha problemi grandi di vista e udito. Si trova in un posto nuovo, circondata da persone nuove.
In breve tempo, ci sono i primi casi positivi all’interno della sua casa anziani. Arriva il divieto di uscire dalle proprie camere. Cerchiamo di farle sentire la nostra vicinanza, facendole pervenire foto, cartoline. Una delle signore con cui condivide il bagno risulta positiva. Primo isolamento di 14 giorni. La nonna nota che qualcosa non quadra, che gli infermieri sono vestiti stranamente. Cresce la paura. Il telefono diventa rovente di telefonate ai propri cari nel tentativo di tenere i legami, essere rassicurati e far passare il tempo. Iniziano i decessi nella struttura. Captiamo il suo essere più ripetitiva nei discorsi, meno agile nell’utilizzo del telefono nonostante i tasti facilitati. I contatti con gli infermieri della struttura sono rassicuranti, dicono che va tutto bene.
Dal nostro punto di vista non va bene nulla. Aumentano le sue dimenticanze, la paura, l’afasia. “Oltre il 90% degli anziani qui ha questi disturbi con l’isolamento prolungato” dicono.
La seconda persona che condivide il bagno con la nonna risulta positiva. Altro periodo di isolamento di 14 giorni. La sua situazione cognitiva non migliora. Tampone negativo. Il combur test risulta però positivo. Antibiotico e astenia. Il telefono quasi non riesce più a tenerlo in mano. Ci preoccupa non ricevere quelle telefonate che erano quasi un assillo. “Non so se arriverò a domani.” Adagio adagio invece sembra stare meglio. Forza dai, tieni duro. Presto forse ci lasceranno incontrare.
E di nuovo ci attacchiamo alla speranza e alla cornetta del telefono.

Lara Allegri, 21.08.1973, infermiera


… IO E LA MIA QUARANTENA…

Durante questa quarantena ho vissuto un mare di emozioni: positive, negative, importanti, uniche, tristi, …
Facciamo un passo indietro e torniamo al 13 marzo 2020.
La mattinata era stata piuttosto tranquilla, del coronavirus ne sentivamo un po’ parlare, ma poco. Prima della pausa pranzo, la nostra maestra ci ha annunciato che il Consiglio di Stato aveva dichiarato che le scuole dovevano chiudere. La classe era in fermento; c’era chi era preoccupato, chi si scambiava i numeri di telefono per poi videochiamarsi e chi era felice.
Io? Io pensavo fosse bello, ma ben presto mi accorsi che non era così…

Ora andiamo avanti, ma non troppo; ritorniamo nel picco del picco, una grande sfida.
È in questo momento che ho provato un’emozione paurosa. Mio nonno si è ammalato di COVID-19. E per fortuna non era in casa anziani! Infatti è stato colpito da una polmonite abbastanza forte ed è entrato all’ospedale San Giovanni di Bellinzona per fare il famoso test (o tampone) del coronavirus.
Il giorno seguente, i medici gli danno la brutta notizia: il tampone è risultato positivo. Con l’ambulanza è stato trasportato a Locarno dove è stato attaccato al respiratore che, come dice la parola stessa, lo aiutava a respirare. In quel momento, sentendo continuamente parlare di morti di qua, morti di là, potete capire l’ansia che tormentava i miei pensieri. Per fortuna tutto si è risolto per il meglio, ed ora il mio caro nonno si occupa ancora con dedizione della sua tanto amata vigna.

Il tempo passa e noi ci troviamo esattamente all’11 maggio, il giorno in cui le scuole dell’obbligo riaprono. Non come prima però, le classi devono essere dimezzate ed un gruppo può avere al massimo 10 alunni.
Sinceramente, io volevo restare a casa. Non per la paura, ma perché avevo preso un ritmo vacanziero, molto vacanziero.
Ma se è così, così è stato deciso, è così che deve essere, quindi sono andata a scuola.
All’ingresso alcuni maestri controllavano che non fossimo in troppi a varcare la soglia. Arrivati in classe, dovevamo lavare e disinfettare le mani.
Mi sono accorta che, a poco a poco, la mia voglia di tornare a scuola aumentava sempre di più. Mi è venuto un tuffo al cuore quando ho visto la mia migliore amica. Ci siamo guardate, avremmo voluto abbracciarci. Ma non potevamo. In ogni caso, è stato bello ritornare a scuola.

Per concludere, volevo dire grazie a tutta la mia famiglia che in questo momento di difficoltà  ha saputo strapparmi un sorriso: loro non hanno rinunciato a diffondere gioia.
Il nostro sostegno, l’aiutarsi l’uno con l’altro, il ridere insieme, lo scoprire insieme, non lo dimenticherò. Anche perché ad essere onesti, qualcosa di positivo c’è sempre, in ogni istante: il COVID-19 mi ha permesso di passare tantissimo tempo con il mio fratellino Mattia che è appena nato. Come tutti sappiamo, la vita non è perfetta ma alcuni momenti lo sono. Io cerco di vedere solo il meglio.

Emma Cereda, 16.02.2009, studente


Quando a febbraio iniziavano ad esserci i primi focolai di COVID-19 in Lombardia e Piemonte, quella zona dell’Italia, nella quale siamo inseriti dal punto di vista territoriale, ci sembrava lontanissima.
La gente in Ticino pensava: “Ecco, ancora una volta l’Italia non ha saputo gestire una situazione sanitaria banale come un’influenza.”
In Ticino la vita continuava come se niente fosse; tutti si recavano al lavoro, tutti frequentavano i carnevali di paese durante il fine settimana e nessuno ha sentito arrivare la situazione d’emergenza. Sebbene molte persone dall’inizio dell’anno avessero contratto delle influenze stagionali molto pesanti, con febbroni “da cavallo” e tosse a non finire. Una sorta di polmonite che generava una stanchezza perenne che durava anche alcune settimane dopo la guarigione.

In Ticino però il coronavirus non sarebbe mai arrivato, non c’era da preoccuparsi. “Paghiamo molti soldi per garantire una sanità pubblica di ottimo livello, possiamo curare quasi ogni male e non sarà certo questa influenza cinese a distogliere la nostra attenzione dagli eventi di febbraio e marzo” questo era il pensiero comune.
Eppure, in pochi giorni tutto è cambiato.
Aver vissuto in strettissimo contatto con gente spesso sconosciuta durante la vita di tutti i giorni, aver frequentato capannoni e tendine dove si sta schiacciati come sardine, ci ha portato in pochi giorni a passare da un contagio ufficiale e apparentemente importato a decine e decine di persone affette da questa grave forma di influenza/polmonite.
A quel punto tutti si sono allarmati. Malgrado fino al giorno prima avessero condiviso la pausa caffè con altre 20 persone, ora era sentimento comune la necessità di chiudere tutto. “Fare come la Cina” era diventato il motto sulla bocca di tutti.

In un attimo, il punto di vista della popolazione ticinese è cambiato e addirittura si sono alzati cori di voci che accusavano questa o quella manifestazione di non aver fatto niente per proteggere i propri frequentatori. Il Consiglio di Stato è dovuto correre ai ripari e, in poco più di due settimane, si è passati da “limitiamo le entrate nelle strutture sanitarie al chiudiamo qualsiasi tipo di attività, salvo le indispensabili.”
In questo caos generale, io passavo le giornate in classe con i miei allievi che di giorno in giorno si preoccupavano sempre di più. La presenza costante, a ogni ora del giorno e della notte, di “speciali” dedicati a quella che stava diventando una pandemia globale, aumentavano l’ansia e l’insicurezza, soprattutto in quei bambini già fragili e che si preoccupano molto per la propria salute e per quella dei propri famigliari.
Il divieto di incontrare nonni e parenti anziani aveva del tutto eliminato delle figure che spesso sono dei pilastri per i bambini e che fungono da sostegno morale e affettivo per tutto l’equilibrio famigliare.
In qualità di docente cercavo di rimanere il più aggiornata possibile riguardo a quello che stava succedendo nel Mondo e in Europa, proprio per poter dare delle risposte e rassicurare chi ne aveva bisogno.

Ma se ora, a quasi 5 mesi di distanza, le risposte e le informazioni su questo coronavirus sono incerte, figuriamoci in quel periodo. Un giorno si diceva che il virus sarebbe morto in pochi minuti sulle superfici e nell’aria; il giorno dopo bisognava disinfettare tutto e mettere i vestiti all’aria per almeno 12 ore affinché non ci fosse pericolo.
Tutti navigavano a vista in quella situazione sconosciuta e unica. Nella popolazione e nelle autorità regnava un’incertezza continua.
Nel giro di pochi giorni, ci siamo ritrovati tutti nella condizione di avere un conoscente o un parente malato e la situazione ha assunto una nuova forma e nuovi numeri.
Guardavamo alla Lombardia con un altro sguardo mentre condividevamo lo stesso problema sanitario; nel frattempo gli svizzeri oltre Gottardo ci guardavano con lo stesso sguardo che noi avevamo avuto nei confronti dell’Italia del nord.
Il 13 marzo, a metà mattinata, i telefoni hanno cominciato a squillare. Era uscita la notizia che il DECS aveva deciso di chiudere le scuole e dal successivo lunedì tutti sarebbero rimasti a casa.
Fino alla sera precedente il messaggio era stato chiaro: “Non è necessario chiudere le scuole dell’obbligo perché i bambini non sono soggetti a rischio.”
Il mattino dopo tutto era cambiato.
La prima settimana di chiusura è solo un ricordo annebbiato. So che ogni mattina mi svegliavo in ansia, alle 5 ero già davanti al pc e facevo ricerche su ricerche per scoprire come fare l’insegnamento a distanza a partire dalla settimana successiva. Non disponevo di alcun tipo di indicazione pratica, se non quella che avevamo una settimana di tempo per pensare a cosa fare nelle seguenti settimane di confinamento.
“Iniziate a pensare a come concludere l’anno scolastico con la didattica a distanza, perché non sappiamo ancora se si potrà rientrare in classe prima di settembre”, così ci avevano detto.
Eravamo a poco più della metà dell’anno scolastico e ci veniva consigliato di non insegnare più niente di nuovo agli allievi.
Lo smarrimento, nella prima settimana di confinamento, è stato il sentimento che mi ha accompagnato ogni giorno. Quando tutte le abitudini e i propri ritmi di vita e di lavoro si bloccano di colpo, si rimane spiazzati e si scopre di essere impreparati.
In una professione dove il contatto diretto con i bambini e la presenza fisica sono la base, pensare di lavorare a distanza sembrava impossibile.
Dopo lo sconforto iniziale e dopo aver svolto varie ricerche su internet riguardo ai metodi di insegnamento a distanza, ho messo in campo le mie abilità. E tenendo conto delle necessità delle famiglie con le quali dovevo collaborare nei mesi seguenti ho cercato di trovare il mio approccio a questa forma di insegnamento così insolita.
Dal momento in cui ho trovato una linea che mi ha permesso di ristabilire un ritmo sonno/veglia e degli orari lavorativi regolari (anche se passati spesso davanti al pc o in videochiamata o in chat) ho ricominciato a sentirmi bene. La condizione di ansia e insicurezza si è affievolita. La presenza degli allievi e delle loro famiglie, anche se solo in forma virtuale, è stata utilissima e ha permesso di sostenerci a vicenda in questo assurdo periodo.
Ho riscoperto attività che probabilmente in classe non avrei avuto il tempo di far provare agli allievi.
Ci siamo cimentati nella coltivazione di piante, nella cucina, condividevamo proposte e attività che i bambini avevano fatto a casa, ci trovavamo in videoconferenza tutti assieme anche solo per salutarci e sapere come stavamo. Alla fine, siamo riusciti a spostare la nostra aula nella camera o nel salotto di ognuno di loro e la presenza è stata fondamentale per uscire indenni da questi due mesi di confinamento.
Quando finalmente siamo potuti rientrare in classe, malgrado le regole di distanziamento fisico e i litri di disinfettante utilizzati, è stato talmente bello ritrovarci assieme che avremmo continuato a fare scuola anche durante l’estate.

Da questa strana esperienza di confinamento ognuno ha saputo trarre degli insegnamenti e probabilmente ha imparato ad apprezzare maggiormente alcuni aspetti (come andare a scuola e incontrare i compagni e i docenti, poter andare al parco con gli amici, organizzare una festa di compleanno, passare del tempo con i membri della propria famiglia…) ai quali spesso nella vita frenetica che conduciamo non diamo il giusto peso.

Michela Pini, 7.10.1987, docente SE


IO NONNA, TI REGALO UN PEZZO DI STORIA

Coronavirus. COVID-19. Pandemia. Lockdown!
Nel mondo tutto si ferma. Per pensare, capire, guarire e aspettare.
In Ticino, in modi diversi, tutti restiamo a casa. Noi diventiamo la famiglia degli over 65: niente spesa, passeggiate, messa, pizza, trovarsi con gli amici, sport e uscite fuori dall’orto. E il peggio, non possiamo abbracciare figli e nipotini. Niente di niente. Proteggersi e proteggere con coraggio e responsabilità. Fortuna anche, perché purtroppo non tutti ce l’hanno fatta. La sofferenza delle famiglie toccate è indescrivibile e infinita.

Noi a casa, senza paura e mai in difficoltà, ci siamo sentiti protetti. Con l’amore dei nostri cari lontani ma vicini con il cuore. Con fiducia riposta in chi dava gli ordini, anche loro disorientati perché “non si sapeva”. Abbiamo affrontato l’incerto con pazienza e speranza. Ricevuto e donato tanti sorrisi a chi generosamente ci ha aiutato. Ci siamo abbeverati di energia dove questa era gratuita. Nella natura che non si è  tirata indietro in questa fantastica ma impensabile primavera. Noi, suoi ospiti troppe volte ingrati, finalmente ci siamo accorti di quanto sia generosa. Il suo instancabile sole. Lo zufolare dei merli. Il cinguettio festoso di invisibili uccellini. La timidezza dei primi fiori e delle nuove foglie. Il sorriso di una spruzzatina di pioggia. Il cielo, la notte, un tappeto di stelle. E nel silenzio irreale di TUTTI A CASA ci ha incantato il trillare senza sosta dei grilli. La natura. A lei, il COVID-19 non ha fatto alcuna paura. Anzi, in qualche frangente ne ha anche inconsapevolmente approfittato. Con il suo cielo terso e pulito in Cina. E l’aria, così vicina a noi da respirarla ogni giorno, è ridiventata limpida sopra la sofferente Lombardia.
Prima fase, seconda, terza, e… si guarda avanti. Ognuno con le proprie emozioni e risorse ha fatto il suo percorso. In queste settimane si è vissuto in apnea. In attesa degli eventi. Sperando ancora una volta di aver imparato qualcosa. Per fare meglio e non dimenticare. Meno frenesia, stress, ansia e più serenità. Dolcezza con la vita e pazienza con le persone. Noi fortunati, che il peggio ci ha solo sfiorato. Nel terribile tempo di una forse inaspettata (ma non lo sapremo mai se lo è stata davvero) pandemia mondiale, ci chiediamo ancora una volta quale sia il merito per essere nati in questo nostro Paese. Quando nel resto del mondo purtroppo l’onnipotenza e la strafottenza di alcuni hanno generato e continuano a generare sofferenze, troppi morti, incertezze e miseria.
Ma la vita, con la sua forza e inestinguibile audacia, ha sempre il sopravvento.
I bimbi e i cuccioli continuano a nascere. Il sole a sorgere. All’umanità, seppur rea di tante nefandezze nei suoi confronti, la vita offre l’ennesima occasione.
C’è da credere che questo spavento ci abbia davvero migliorati. Non possiamo permetterci una pia illusione. La ritrovata e famosa buona volontà farà ripartire il globo. Nel rispetto di uomini e cose. Speriamo. Non può essere solo il desiderio di pochi. Le persone che hanno pagato con la vita ci hanno lasciato un messaggio da raccogliere.

Oggi è una domenica da COVID-19. Non importa la data. Piove a dirotto. La natura che molto ci ha regalato per alleggerire il nostro disagio, riapre coraggiosa i confini. Altruista e temibile. Da domani è finito il lockdown. Già, per il momento. Ma il coronavirus non è sconfitto. Con maggior consapevolezza e prudenza, si tenta di riprendere quota per affrontarlo. Forse più vicini a una normalità, con regole nuove e vecchie per continuare a proteggere e a proteggerci. Le abbiamo memorizzate. Elencarle non serve. Sottilmente incomprensibili forse per alcuni, ma indispensabili per evitare una Babilonia e l’oblio. Le mascherine, primedonne tanto discusse, ci hanno ricordato che sono gli occhi a trasmettere emozioni e sorrisi. E chissà cosa ne sarà di loro e di noi. Destini incrociati i nostri. Storia del futuro.

Il lockdown, materia per i futuri libri di storia, ha permesso di salvare tante vite forse anche le nostre. Chi lo sa. Confinamento in italiano è un termine che fa impressione. Lo si sente poco a dire il vero. Ricorda frontiere, barriere, chiusure. Non mi piace. La mia lingua del cuore è il dialetto. Manca una sua traduzione, bisogna trovargliene una o tante, come spesso succede nelle lingue parlate più che scritte. Potrebbe essere: “tütt seraa giò” o “tütt seraa sù” o “tücc a cà”. Ci penseranno gli autori del Lessico dialettale della Svizzera Italiana.

Pioggia, quiete e silenzio. Riflessioni, domande.
Sono una nonna e vivo da tempo in questa epoca tanto interessante: vivace, sorprendente, troppo belligerante, ma anche fantastica.
Rimango curiosa, fortunata e grata alla vita che ho ripreso in mano più volte. Voglio ancora vedere, sapere e conoscere. Emozionarmi oltre. Ho una bella famiglia. Il mio diario ha ancora pagine vuote. Io ho sogni per i prossimi trent’anni e ho pazienza.
Serve una pausa ai miei pensieri. Un caffè, guardo un documentario sull’Africa, i suoi figli, la sua terra. Un magnifico pezzo di questo nostro mondo. La miglior parte per chi ne è figlio.

Il cielo si rischiara. Mio marito (siamo sposati da cinquant’anni) torna dopo la pesca. “Sto scrivendo” gli dico. Lui, le sue riflessioni le fa lungo il fiume. Tre trotelle in mano, sorride, bagnato come un pulcino.
Preparo la cena. Accendiamo la radio che durante la quarantena ci ha fatto da sorella, da amica.
“Mi racconti una storia?” A me piacciono tanto, lui lo sa. Silenti, ritorniamo improvvisamente bambini. I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen. Una magia, una morale. L’uomo… rimane uomo… seppur un tempo stato bambino.

COVID-19. Noi due over. Un frammento di questa storia, in attesa degli eventi. Sereni e insieme, affascinati dalle favole, dalla vita. Con tanti sogni verso il futuro che incombe. Riabbracciare figlie e nipotini, la vera magia, poi…

Marialuisa (Gioy) Ghielmetti-Walzer, 28.05.1949, pensionata


CORONA, LOCKDOWN  & COMPAGNIA BELLA

Pandemia, ma che razza di roba è, credevo che le epidemie fossero estinte o confinate in paesi lontani. Dengue, ebola, non ci spaventano più, la peste è seppellita nei libri di storia, l’Aids una minaccia evitabile, non ci viene da considerarla un’epidemia. Il morbillo è una malattia infantile, chi pensa che sia un’epidemia?
Ora siamo nell’era Covid. Il lockdown sembrava un momento superabile, uno sforzo, un sacrificio momentaneo, e poi sarebbe tornato tutto come prima. “Abbiate pazienza, dopo ci abbracceremo ancora, di più, e ancora più forte”, consolava lo spot. Campa cavallo, siamo ancora qui sei mesi dopo con il metro in mano, la mascherina pronta, se sei recalcitrante e ti manca subito il fiato diventa il tuo nuovo braccialetto e te la metti per entrare nel negozio. Il Covid ci ha stravolti. Ha portato nuovi slogan “distanti ma vicini”, nuove abitudini ossessive, laviamoci, disinfettiamoci le mani, claustrofobia, rifuggiamo dagli assembramenti e dagli ambienti chiusi, dove sostano minacciose micro-goccioline. Finita anche con il ballo! Quattro anni di lezioni di tango argentino per riuscire a stare in pista azzerati. Ora, se non sei già in coppia, devi sostituire il ballerino con una scopa. O giostrarti a casa la lezione online, coi tacchi 10. Il che, per il ballo, è un controsenso, e una corvée, ma chi te lo fa fare, ma quando mai!! Così pure per le visite ai musei, o le gite, ai corsi di ogni tipo, ti iscrivi online… Il COVID ha stravolto persino la lirica, se continua così, altro che mano, il famoso brano del Don Giovanni presto canterà “Là ci darem il gomito…”, o peggio ancora “Là ci darem di gomito” travisando in modo alquanto peggiorativo il significato, e come si farà a dire se è davvero gelida, la “gelida manina”?
A fine 2019 eravamo prossimi se non alla fine del mondo, a quella di un’era. Perché la vedo male: questa calamità, con i suoi saliscendi di contagi, è già un fattore in più di selezione naturale, e non solo perché intendeva ripulire le fasce considerate improduttive della società, gli over 65, aiutando a rimpolpare le casse lacrimanti dell’AVS. Valeva la pena studiare per anni a tavolino una riforma accettabile dell’AVS da sottoporre a votazione, quando di botto ce la troviamo in atto, eseguita nella pratica. Solo che il virus è lunatico e mutevole, pare che nel frattempo abbia rivolto ad altre fasce le sue preferenze. Chissà quali altre sorprese ci riserverà!

Il lockdown per il singolo più o meno comodamente relegato, ospite nella propria casa (se facciamo astrazione dell’incredibile emergenza  affrontata negli ospedali e le tragedie che ci raggiungevano allo schermo), ci appariva come un periodo strano, inedito, una calamità spaventosa che ci era caduta addosso, ma che tutti noi poveri ignari credevamo unico, un momento da superare, ma colmo di speranza, come quando ci si rintana in qualche riparo montano in caso di forte maltempo, aspettando che torni il bello, e certi che il bello tornerà, senza  troppo tardare. La pausa forzata, da me vissuta nel mio villaggio privilegiato di campagna, dalle strade deserte sì, ma circondato dallo scoppio di un’esuberante e sfacciata primavera, assume quindi un suo fascino: come il covo che ti ripara, nonostante la paura della tempesta, manterrà un aspetto romantico, che evocherai nell’aneddoto. Finalmente un trionfo per la mia pigrizia, che cova sempre nel sottofondo, superata dallo sforzo, aiutato dalla curiosità e dai vari interessi, che ti costringono a spostarti…  L’agenda ora rimane bianca o tracciata, non perché sia io costretta a mancare l’ impegno interessante, ma perché gli impegni stessi sono stati tutti sospesi… sine die. Una pacchia! (Ma che tragedia!)

Nel periodo antecedente il lockdown mi sono difesa dalla paura del virus con l’incredulità, la banalizzazione e la politica dello struzzo (per continuare fino all’ultimo a fare il cavolo che volevo, viaggiare ballare e quant’altro) evitando ogni informazione al riguardo. Quando non è più stato possibile ignorare la gravità della situazione, allora ho cercato di approfondire, da varie fonti, le conoscenze che si andavano via via costruendo attorno al virus. Da buona ipocondriaca, sono io stessa sorpresa di non essere stata mai invasa dal panico, forse perché nelle immediate vicinanze non erano segnalati casi, o forse il ricorso allo humour, all’ironia suscitata dagli improvvisi cambiamenti nel nostro stile di vita, mi ha evitato di caderne preda, e di dover ricorrere ad aiuti o sostegni particolari per superare lo storico momento.

Solo una volta ho dovuto fare appello all’ hotline. Quando ho temuto di avere il virus nel solaio, sopra il mio letto, e che avrebbe potuto essere trapelato con qualche goccia di pipì di una grossa martora, che da tempo sentivo rumoreggiare di notte balzando qua e là, dopo che mi aveva distrutto tutta l’isolazione morbida del sottotetto. Forse in cerca di altro cibo, o forse gravida e troppo grossa per uscire di lì. Fatto sta che, in procinto di partire per l’India, l’avevo sentita rantolare di brutto, un’agonia notturna di molte ore, come se non riuscisse a respirare. Purtroppo il solaio non è facile da raggiungere tramite botola ed era troppo tardi per organizzare un intervento. Al mio ritorno, non ho più sentito rantolare e non ho più pensato alla martora. Ma all’improvviso mi è balzata in mente l’analogia con i sintomi del coronavirus e avendo udito due informazioni contrastanti nella medesima giornata sulla trasmissibilità del virus da parte di animali, mi sono messa in allerta. Forse la martora durante il lockdown giaceva morta in solaio e durante la mia assenza potevano essere caduti liquidi sul mio cuscino… La hotline mi ha rassicurata, le opinioni mediche contrastanti mi hanno tuttavia lasciato qualche dubbio. Ho dormito di sotto sul divano diverse notti. Infine ho ripreso possesso della mia camera da letto, cambiato federe e lenzuola,  data una pulitina ai listelli di legno del soffitto ribassato sopra il mio letto, e divenuta improvvisamente fatalista ho pensato: se il virus c’era ed è seccato, l’ho in qualche modo da giorni già inalato. Ora torniamo nel letto, e vediamo quello che succede… quel che sarà, sarà!

Flora Stefanini, 05.09.1943, pensionata e traduttrice volontaria


LA MIA ESPERIENZA CON IL CORONAVIRUS 

Personalmente non ho avuto conseguenze dirette con questa pandemia. Seguivo sempre le conferenze alla televisione. A volte pensavo anch’io che i consigli che venivano dati erano esagerati.
Mi ha dato fastidio la proposta di un gruppo politico di fare un’inchiesta sui morti nelle case per anziani. Quando infine hanno riaperto le discoteche, si è visto quanto è necessaria la distanza.

Nel periodo della pandemia ho dovuto rinviare di quindici giorni un’importante operazione a causa del pericolo di infezioni. Eseguito l’intervento (andato a buon fine) sono rimasto al Cardiocentro per 8 giorni, poi mi hanno trasferito all’OBV di Mendrisio per essere più vicino ai miei figli che, anche se non potevano farmi visita, mi salutavano dalle finestre.
Dopo una settimana, mi hanno detto che potevo tornare a casa o in un altro luogo per la riabilitazione. Ho scelto di andare alla Clinica Santa Lucia di Arzo perché non volevo dare pensieri ai miei figli. Purtroppo, questa volta non sono rimasto soddisfatto, non per la Clinica ma a causa del coronavirus.
Sette anni fa, quando sono stato mandato lì dopo un’operazione, ero libero di di ricevere visite e di passeggiare fuori dalla struttura anche da solo. Il servizio al tavolo era ottimo e c’era molta condivisione con gli altri ospiti. Invece ora, dopo aver fatto fisioterapia, ognuno mangiava nella propria stanza. A volte, non si poteva nemmeno fare due passi nel corridoio.
Se fossi andato a casa dopo l’operazione non avrei subito queste limitazioni, perché avrei potuto usufruire dell’aiuto domiciliare, come ho fatto dal momento della dimissione, avrei potuto passeggiare al parco e, a debita distanza, socializzare con i vicini di casa.

Essendo membro del Centro ATTE di Novazzano, ho visto cos’è successo durante la pandemia. Molti volontari che lavoravano a stretto contatto con gli avventori hanno dovuto subire la quarantena a casa e tre o quattro sono stati ospedalizzati.
Sono deceduti anche due soci del Centro. Uno era Irco Maspoli di Balerna, ottimo partecipante del coro ATTE. Quando c’erano le prove esortava i soci “su nemm che l’è ora!”
All’ultima assemblea ordinaria del Centro, svoltasi a febbraio, dopo il pranzo abbiamo cantato alcune canzoni e Irco mi ha proposto di entrare nel coro; ma a me sembrava di essere stonato.
Lo avevo conosciuto già sul lavoro, quando faceva l’ambulante sui treni.
L’altro era Silvano Bernasconi, anche lui di Balerna, con cui giocavamo a carte specialmente a Jass.

Ora cominciano a riaprire tre Centri ATTE e spero che tutto funzioni bene, nell’osservanza di tutte le regole imposte a causa del coronavirus.

UNA PAROLA… GRAZIE!

Grazie ai dottori, infermieri, assistenti, personale ausiliare, sanitari dell’esercito, volontari che durante questa epidemia hanno dovuto fare ore stancanti.
Grazie ai dottori e infermieri e ausiliari che durante l’epidemia hanno contratto il virus e sono deceduti.
Grazie al Consiglio Federale e al Consiglio di Stato e al Dott. Merlani per le loro continue informazioni sull’andamento della malattia e osservazioni sul modo di agire e proteggersi.
Grazie agli ospedali La Carità e la Clinica Moncucco che hanno messo a disposizione le loro strutture per i casi urgenti.
Grazie a Christian Vitta che ha permesso di accompagnare nell’ultimo viaggio i nostri defunti, anche se a volte faceva freddo.
Grazie ai frequentatori dei centri ATTE, a Irco, a nome di tutti i frequentatori dell’ATTE che sono defunti, perché era un sostegno per il coro.
Grazie al Consiglio di Stato per aver annullato le votazioni comunali (Non sono capaci quelli attuali?)
Nessun grazie a chi ha fatto ricorso e scritto contro questa decisione.
Grazie a Gianpaolo, presidente di ATTE Ticino, per le sue esortazioni a seguire le raccomandazioni e ad essere prudenti.
Grazie a chi ha sostenuto moralmente i familiari dei defunti.
Grazie ai volontari di ATTE che si sono ammalati e sono guariti.
Grazie ai sacerdoti che hanno portato il loro sostegno spirituale durante le esequie.
Grazie alle onoranze funebri per il servizio e il sostegno morale.
Grazie alle associazioni scout che si sono messe a disposizione per aiutare gli ultrasessantacinquenni a fare la spesa. Anche ai figli e nipoti.
Grazie a Flavio Sulmoni, giocatore di calcio del Lugano, per le sue belle parole in merito ai giocatori ultrapagati se paragonati ai medici.
Grazie a chi passeggia mantenendo le distanze, salutando e magari scambiando due parole.
Nessun grazie a quei gruppi che non osservano le raccomandazioni.
Grazie a tutti, sperando che quando tutto sarà passato potremo abbracciarci, magari con un bacio alla francese.
Grazie a Carla Norghauer, a Massimo e i suoi colleghi che ci intrattengono la domenica mattina con la loro simpatia e ci fanno ascoltare musiche nostrane.

Raimondo Cereghetti, 29.06.1942, pensionato, ex macchinista FFS


COVID-19

Dopo aver subito un intervento all’anca, essere rimasta in clinica per 3 settimane per la riabilitazione, sono tornata a casa con una montagna di buoni propositi in mente: camminare tutti i giorni, fare della ginnastica e continuare con la fisioterapia.
Il 9 marzo, dopo il controllo medico, già con la sensazione che qualcosa di opprimente stava per abbattersi sulla nostra regione, ho potuto abbandonare le stampelle. Che bello poter uscire libera! Forse…
Mi sentivo preoccupata per le frequenti conferenze stampa che parlavano di un numero sempre più importante di persone contagiate. Inoltre, la raccomandazione ricorrente era “Anziani non uscite, per voi il virus è particolarmente pericoloso”. Ero veramente in ansia. Mio marito ed io andavamo a camminare lungo una stradina di campagna, dove non si incontrava mai nessuno; vedevamo le mucche e alcuni cavalli. Alla fine detestavo tutto. Poi è arrivata l’ingiunzione: “Gli anziani vadano in letargo!”
Comprendevo bene il significato di queste parole e non mi sentivo neanche tanto scandalizzata da questa frase. Non siamo più usciti. Camminavamo sulla nostra terrazza, scendevamo in giardino, ma era difficile; arrivavano anche gli inquilini del primo piano, anch’essi anziani ed io avevo paura e dicevo loro di allontanarsi.
Nostro figlio provvedeva alle nostre necessità.
All’inizio dicevano: “Questo virus è pericoloso per gli anziani…” io pensavo ma io non sono ancora anziana! Poi hanno cominciato a parlare delle persone dai 65 anni in su, allora ero anch’io a rischio…
Provavo un senso di rifiuto per questa situazione: la vedevo come un’ingiustizia perché questo era il terzo anno che trascorrevo la stagione primaverile bloccata in casa per motivi di salute ed ora questa porcheria mi bloccava di nuovo l’esistenza.
Abituata ad essere volontaria all’ATTE, frequentatrice di piscina e palestra, ho visto sparire di colpo dall’agenda tutti i miei impegni. Scioccante!
Durante certe giornate mi sentivo depressa, anche un po’ apatica, non avevo voglia di far niente. Pensavo a nostro figlio che con la sua famiglia vive in America. A Pasqua sarebbe dovuto venire a farci visita ed ora tutto svaniva: anche loro in lockdown.
È stato un periodo con tanti ricorrenti pensieri sulla morte; ho perso i genitori da tanti anni ormai e anche i miei fratelli non ci sono più e mi dicevo ora tocca a me e il mio spirito già un po’ pessimista non mi aiutava certo…
Poi recuperavo il mio lato combattivo e cercavo di farmi coraggio: Dai Grazia, piantala di coltivare i tuoi pensieri neri, tira fuori gli artigli e vai avanti!
I collegamenti telefonici mi aiutavano tanto, chiamavo parenti e amici per sapere come stavano e questo mi rincuorava.

Poi ho sentito la necessità di fare pulizia negli armadi e ho riscoperto il desiderio di preparare delle torte. Da anni non ne preparavo più, comunque mi riuscivano bene e venivano gustate volentieri.
Finalmente, un bel giorno di maggio, la curva pandemica ha iniziato a scendere e noi anziani avremmo potuto ricominciare, con le dovute precauzioni, ad uscire per fare la spesa. Non ne avevo il coraggio e inoltre nostro figlio non ce lo permetteva.
La prima uscita è stata il 9 maggio per andare dal parrucchiere; provavo un senso di ansia fortissimo. Chissà come sarebbe stato?
La mia parrucchiera, con l’aiuto della sorella infermiera, aveva adibito il salone nel modo migliore per infondere sicurezza alle clienti. Mi sono subito sentita a mio agio.
L’ansia però non cessava. Dentro di me c’era un desiderio di rivolta contro tutto, specialmente contro il mondo scientifico che si era lasciato prendere in contropiede. Sono partita per la Francia, dove abbiamo un appartamento, con la speranza di sentirmi meglio.
In giugno e fino agli inizi di luglio riuscivo a sentirmi più a mio agio, anche con la mascherina; poi il turismo è aumentato e i momenti di ansia sono tornati, sempre più forti. Allora siamo rientrati in Ticino per andare dal mio medico e farmi curare.
Ora sto bene, tranquillamente vado a fare la spesa, la visita medica. Con mio marito andiamo a fare passeggiate, usando la mascherina quando è necessario e rispettando le distanze sociali; però la mia vita sociale è molto ridotta.
Non vedo l’ora che arrivi il vaccino.

Grazia Fornera, pensionata


Lavorare in aeroporto, significa anche adeguarsi a levatacce particolari, chiamate dalla sottoscritta “sveglie da fornarina”…
Difficilmente dimenticherò il mio ultimo turno di questo tipo, in
quanto è stato l’ultimo prima del mio pensionamento.
Sabato 18 aprile 2020, ore 05.30, sono pronta per uscire, mi guardo
allo specchio e decido di scattarmi una foto. È l’ultima volta che
indosso la mia divisa e sento il bisogno di immortalare questo momento
tanto atteso, ma che in fondo avrei voluto non arrivasse mai!
Mi dico: “c’est la vie”… ed esco. È ancora buio.
Arrivo al terminal e subito vado a timbrare l’ora del mio
accesso, sono le 05.45… sarò in servizio fino alle 14.00.
L’agente della Securitas che ha svolto il servizio notturno mi saluta
e se ne va.
Sono rimasta sola, subito l’occhio mi cade sulla scrivania:
flaconcini di disinfettante, salviettine, guanti… bisogna
disinfettare tutto!
Oltre al momento di crisi aeroportuale è arrivato pure “lui” ad
aggravare la nostra situazione lavorativa… il passeggero che mai
avremmo voluto accogliere Mr. COVID!!!
Lui, l’invisibile, peggio di un passeggero armato fino ai denti o con
la valigia piena di esplosivo, questo distributore di morte si è
insediato nelle nostre vite e nemmeno i nostri efficientissimi sistemi
di sicurezza riescono a scovarlo.
Dobbiamo solo impedire che lasci le sue tracce… dobbiamo evitare i
contatti… dobbiamo stare lontani l’uno dall’altro… che tristezza!
È per questo motivo che, per evitare i contagi, tutti i miei colleghi
sono a casa e oggi sono qui, sola, ad affrontare una giornata durante
la quale non succederà proprio nulla. Ascolto il silenzio surreale
che aleggia attorno a me e penso ci mancava pure la pandemia, vero
caro aeroporto?
 Vado in sala d’attesa, il mio pensiero corre ai
giorni in cui era gremita di passeggeri. Tutto sembra così lontano.
Anche i nostri clienti privati non volano… tutto fermo, tutto
surreale. Non me lo immaginavo così il mio ultimo giorno di lavoro
dopo 17 anni! Avrei voluto organizzare un drink con i miei colleghi,
avrei voluto abbracciarli tutti… niente.
 Alle 14.00 me ne andrò sola come sono entrata 8 ore prima.
 Mr. COVID  posso solo pregarti di preservare tutte le persone che
amo e, al tempo stesso, augurarti di sparire il più presto possibile dalle
nostre vite. Mi hai costretta a concludere un importante capitolo
della mia vita in solitudine… non ti perdonerò.
Mai.

Anna Nusbaumer, neo-pensionata


Federazione Svizzera dei Sordi
Intervista a cura di Luca Marra

Quali sono state le principali sfide/difficoltà durante la situazione di emergenza?
All’inizio della pandemia di coronavirus le informazioni ufficiali non erano accessibili alle persone sorde dato che non venivano tradotte in lingua dei segni: alle conferenze stampa trasmesse dalla RSI non erano presenti gli interpreti, sul sito dell’Ufficio Federale Sanità Pubblica i testi disponibili erano complessi e molte persone sorde avevano difficoltà a leggerle e comprenderle; il Cantone Ticino aveva aperto una hotline da contattare per ottenere informazioni generali, sanitarie e psicologiche. Purtroppo anche in questo caso eravamo in difficoltà, perché le persone sorde non possono telefonare.

Questa situazione ci dava molta insicurezza e non sapevamo come andare avanti, eravamo in panico e molto preoccupati.
Un’altra difficoltà che abbiamo riscontrato durante questa pandemia è che molte persone, per proteggersi dal virus, indossano le mascherine: quando noi sordi ad esempio ci rechiamo al supermercato, in un negozio o presso uno sportello e desideriamo chiedere informazioni, è difficile comunicare perché se l’interlocutore ha la bocca coperta è impossibile per noi poter effettuare la lettura labiale.

Un’altra sfida è stata quella di non poterci incontrare, le persone sorde sono normalmente abituate a salutarsi oppure chiacchierare stando vicine. Inoltre la lingua dei segni è una lingua con la quale spesso tocchiamo mani e viso.

Una grossa sfida per le persone sorde è stato il confinamento a casa, noi siamo abituati ad uscire con gli amici sordi, a frequentare le sedi delle nostre associazioni. Questo isolamento è stato particolarmente stressante per alcune persone sorde con famigliari udenti: spesso non sono abituati a comunicare tra di loro in lingua dei segni, quindi si sono sentite escluse; altri, abitando da soli, si sono trovati in difficoltà perché non avevano nessuno con cui comunicare.

Hai trovato aspetti positivi, quali?

All’inizio della crisi, l’obbligo di dover restare a casa ci ha fatto sentire al sicuro.
Grazie ai social network abbiamo potuto rimanere in contatto con i nostri famigliari e amici.
La tecnologia ci è stata molto di supporto: ad esempio le videochiamate oppure l’utilizzo dell’applicazione myMMX: un servizio di collegamento video-telefonico con traduzione simultanea in Lingua dei segni che, durante l’emergenza sanitaria ha incrementato i suoi orari d’apertura. È stato inoltre possibile effettuare traduzioni a distanza con gli interpreti LIS grazie al sistema delle videochiamate.

Abbiamo inoltre introdotto il sistema dell’homeworking e utilizzato le videoconferenze per restare in contatto e discutere con i colleghi di tutta la Svizzera.
Un altro aspetto positivo è stato che l’Ufficio federale della sanità pubblica ha prontamente agito: i testi informativi sono stati tradotti sia in “lingua facile” sia in Lingua dei segni, in modo da renderli accessibili e fruibili a tutti i cittadini.

Questa pandemia ha dato inoltre la possibilità alle persone sorde di meglio conoscere la politica, anche a chi prima dell’emergenza sanitaria non si era mai interessato e poter capire il funzionamento e l’organizzazione del nostro sistema sia a livello svizzero che cantonale.

Dove ha trovato un sostegno durante questo periodo?

Il sostegno mi è stato dato dalla famiglia, dagli amici e dai colleghi.


I SENTIMENTI AL TEMPO DEL COVID

I sentimenti che si sono alternati nella mia mente e nel mio cuore al tempo del COVID-19 sono stati molto differenti tra loro, direi che posso parlare di sentimenti pre, durante e allentamento COVID.
Quando si è iniziato a parlare di questa pandemia che si stava velocemente espandendo in Cina e costringeva la popolazione a una forzata reclusione domiciliare, ho provato una paura pre-COVID. Ho ricordato i corsi sulle pandemie a cui avevo partecipato quando ancora lavoravo per l’EOC. Corsi che già parlavano di quanto, purtroppo, abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Gli ospedali erano già pronti da tempo, coscienti di una possibilità del genere e abbiamo potuto vedere come hanno gestito bene la situazione.
Questo sentimento è una paura che vedi da lontano e che ti fa sperare che non passi oltre i confini del paese interessato. È la paura, nel mio caso, legata ai sentimenti familiari visto il lavoro di mio fratello come assistente di volo e ai miei genitori oramai anziani. Ti ritrovi a guardare ed ascoltare le notizie come un osservatore esterno, quasi come se stessi guardando un film thriller alla televisione.
È anche un po’ una rabbia che ti prende quando senti chi ti sta vicino, amici e parenti, che si prendono un po’ gioco delle tue parole e che non credono che possa accadere anche nel nostro Paese una simile tragedia.
Poi arriva… piano piano… il virus è nei paesi appena oltre il nostro confine… Allora senti già un po’ il panico nella pancia. Sai che anche tu dovrai confrontare a breve con questo killer. Gli infettati in Italia aumentano, i morti sono sempre di più… troppi…

Da noi finalmente se ne parla di più e troppo, tutti dicono la loro, sono tutti degli specialisti. La realtà inizia a cambiare, i disinfettanti e le mascherine sono il tema conduttore della giornata.
La rabbia è sempre presente, molti non credono che il virus potrà varcare il confine. Si sentono sicuri e vanno a tutti i carnevali del Ticino, incuranti del pericolo.
La paura mi ha fatto subito annullare delle vacanze pianificate da tempo e pensare a come comportarmi all’arrivo del virus da noi. Il mio pensiero era di dover proteggere i miei genitori che sono anziani e quindi vulnerabili.
Nella mia mente resterà per sempre impressa quella che chiamo la “cena della speranza”: ho cenato con i miei genitori e con i miei migliori amici a San Bernardino, il giorno prima che chiudessero tutto. È stata una cena importante per me, mi sono circondata da affetti a me cari, con nel cuore la paura del futuro.
Il mio esilio l’ho passato a San Bernardino con la fortuna di poter lavorare da casa. Stando lì, avevo l’impressione di essere protetta da quelle montagne e da quanto stava accadendo a fondo valle.
Le giornate avevano un appuntamento inderogabile in agenda: le notizie dal Palazzo delle Orsoline.
Sentendo snocciolare tutte quelle cifre su ammalati e morti, cercavo di carpire dei segnali dalle espressioni degli attori del momento che mostrassero una flebile luce in fondo al tunnel.
Personalmente, questo periodo è stato terribile: ho perso cari amici, altri erano in cure intense a lottare con la morte.
Ho vissuto il tutto come la morte di un’era fatta di spontaneità, dove un abbraccio era parte integrante del vivere, una necessità, almeno per me, che permette di sentirsi vivi.
Mi dilaniava l’idea di una “morte sociale”, mi sono spesso chiesta: “ma come sarà e come saremo dopo?”
Poi, piano piano i morti hanno iniziato ad essere meno, seppur sempre troppi, e i contagiati diminuivano.
Un segnale positivo, che mi ha scaldato il cuore, è stata una videochiamata ricevuta da un mio carissimo amico dal letto di ospedale. Aveva passato 5 settimane in cure intense, intubato, e quando le forze glielo hanno permesso ha contattato i suoi più cari amici con una videochiamata. È stata un’emozione fortissima, non pensavo di poter ancora sentire la sua voce!
Da questo episodio all’allentamento non è passato molto tempo. La normalità iniziava a farsi strada fra la bestia invisibile.
La paura post-COVID rimane e la rabbia fa fatica ad attenuarsi.
La paura di un nuovo inizio e la rabbia per aver dovuto vivere una tragedia simile che ci ha obbligati a smettere di socializzare come abbiamo sempre fatto. Rabbia per un mondo messo in ginocchio da non si sa bene chi…
Sono arrabbiata  perché non posso più abbracciare spontaneamente le persone che amo.
Ma la vita insegna che non si può vivere solo di rabbia e di paura per cui ho deciso di vivere di speranza: la speranza di tornare al mondo che avevo lasciato!

Sarah Sulmoni


È SUCCESSO

Un giorno di primavera aspettando le amate rondini,
un pipistrello straniero sbattendo le ali svolazzò nel cosmo,
spargendo nell’aria le sue pulci come un veleno, e colpì gli uomini di tutto il mondo.
Questo suo gesto ebbe il potere di ferire l’umanità, rendendola paurosa, fragile, malata… separandola silenziosamente.
Al microscopio i cacciatori subito studiarono quale tipo d’arma usare per eliminare il pericolo.
Compito non facile, l’invisibile laser sa colpire di giorno e di notte chiunque si trovi sul suo percorso.
L’uomo prudente osserva, guarda, ascolta, ubbidisce a volte con malavoglia.
Ora è giunta l’estate con colori e profumi di fiori, cieli stellati, e sembra che il pericolo sia un po’ sbiadito. Così l’umanità dopo una lunga prigionia può uscire con pensieri e desideri nuovi, ma con il sorriso ancora mascherato, senza un abbraccio né una stretta di mano, nascondendo nel cuore il desiderio di amare.

CAMBIAMENTO

Il mondo del momento lo vedo come una grande orchestra.
L’invisibile direttore fermò l’insieme per una lunga pausa.
Ogni musicista suonava un po’ male il proprio strumento.
Ciascuno riveda e corregga il proprio brano esistenziale,
perché ogni nota del testo quotidiano è importante.
Già dal mattino scorra la consapevolezza che le ore del giorno
e della notte, sono uguali per tutti.
Per chi lavora, studia, viaggia, riposa…
Nel bene, nel male, la responsabilità è personale,
per come vivi, pensi, mangi, ti muovi e ti diletti.

In questa giostra complessa ma preziosa, dove ognuno respira,
la NATURA ci accompagna con la sua musica,
siamo vigili all’ascolto, per ciò che regala da fuori e da dentro.
Con pazienza, volontà e fede,
nel silenzio saremo capaci di portare nuovamente alla luce,
il proprio strumento rinnovato con amore.
Vedremo tornare il sorriso del direttore d’orchestra sul podio dell’esistenza,
che ci invita a riprendere coraggiosamente il proprio posto.
Sotto il sole dell’avvenire, pronti a suonare il nostro pezzo preferito,
nell’orchestra del nuovo mondo.
Riscoprendo la vita nella consapevolezza
che, come l’albero mette nuove radici,
l’uomo di nuovo sa respirare fascino e bellezza,
iniziando un nuovo PRELUDIO d’amicizia e d’amore.
Maggio 2020

TEMPO SOSPESO
(riflessione)

Le ore scorrono lente sempre con la stessa voce ritmata.
È come quando il rubinetto dell’acqua non è ben chiuso, senti la goccia che fa tac, tac e se ti infastidisci vai a chiuderlo.
Il tempo non lo fermi, in questo momento lo paragono al cuore.
Puoi sentirlo, ascoltarlo, seguirlo, ignorarlo, ma lui imperterrito continua il suo compito di precisione.
C’è gente che facilmente si annoia e dice: “il tempo non passa mai.”
Altre come me “come fila in fretta, mi sono alzata presto e senza avere fatto tanto, è già mezzogiorno, perché non rendo?”
Certo l’età gioca un ruolo, si è più lenti, nessuno mi dà ordini, posso contare sul domani e così via..
Però c’è un TEMPO SOSPESO che ha un suo valore: sembra la bilancia con due piatti vuoti, non pende né a destra né a sinistra.
Questo tempo lo riscontro quando si è nell’attesa. Aspetti con ansia una chiamata che non arriva, a volte è una cosa da poco, a volte la situazione è seria e, l’attesa procura ansia, agitazione, paura.
La mamma aspetta il bambino che torna da scuola: la merenda sul tavolo, gli occhi fissi all’orologio… si è fatto un po’ tardi.
Reagisce, telefona, corre, deve sapere il perché non arriva.
Tra un inspiro ed un espiro, si può imparare l’arte di rilassarsi, così ci sarà un equilibrio.
Ma se nell’aria si avverte un serio, grave pericolo tra la vita e la morte, il TEMPO SOSPESO può diventare pesante nel silenzio di tante domande e al presente, senza risposta.
giugno 2020

Bianca, 1934, pensionata


MATRIMONIO Sì O MATRIMONIO NO?

Siamo una giovane coppia tra i 25 e i 35 anni che, dopo 5 anni di relazione e convivenza, ha deciso di sposarsi nel 2020.

Verso la fine del 2018, inizio 2019, abbiamo iniziato ad organizzare le nozze e abbiamo fissato la data per il 30 maggio 2020, così da poterci prendere tutto il tempo necessario per i preparativi. Quindi, ad inizio 2020, anche se mancavano ancora alcuni dettagli, eravamo a buon punto e ci sentivamo pronti.
La sensazione di tranquillità, data dall’avere ancora abbastanza tempo per completare le ultime cose, ha però cominciato ad affievolirsi con l’arrivo delle prime notizie legate ad un nuovo virus. In un primo momento, come la maggior parte delle persone, abbiamo sperato che la diffusione della malattia potesse rimanere contenuta e che non ci avrebbe toccato in modo importante. Tuttavia, con l’arrivo dei primi casi, e la diffusione del virus nella vicina penisola, le preoccupazioni e le incertezze sulla possibilità di poter coronare il nostro sogno sono aumentate giorno dopo giorno.

Nonostante ciò, a metà marzo, abbiamo deciso comunque di completare gli ultimi preparativi e di avviare la procedura preparatoria per il matrimonio, fiduciosi che saremmo comunque riusciti a sposarci come previsto. Speranze che hanno iniziato a sfumare con l’introduzione del lockdown nel nostro cantone come in buona parte degli altri paesi intorno a noi.

L’insicurezza su cosa avremmo potuto fare, o non fare, nei mesi successivi ci ha portato ad un periodo difficile e stressante, ricco d’agitazione ed ansia. Per alleviare queste sensazioni, abbiamo chiesto consiglio ad amici e parenti che non hanno tuttavia saputo aiutarci più di tanto, visto che si sono divisi in due correnti: chi era per un rinvio immediato della cerimonia e chi per continuare con l’organizzazione nella speranza che tutto si sarebbe risolto a breve. Nemmeno funzionari comunali e preti ci hanno saputo aiutare, visto che anche loro non avevano risposte certe da poterci dare.

Una decisone sul da farsi era però da prendere, e anche in tempi brevi visto che avremmo dovuto avvisare gli invitati, il ristorante e tutte le altre persone coinvolte. Questa necessità si è fatta più pressante settimana dopo settimana e ad inizio aprile ci siamo resi conto di non poter più tergiversare a lungo. Quindi, sulla base di tante notizie alquanto confuse e alcune, poche, certezze, come la provenienza internazionale di una buona parte degli invitati (Italia, Repubblica Ceca, Francia ed Ecuador) e il rischio di dover fare un matrimonio con troppe restrizioni che non ci avrebbero permesso di godere a pieno del momento di festa, abbiamo deciso di rinviare le nozze.

Se da un lato questa scelta ci ha permesso di alleviare la pressione data dalle continue domande di amici e parenti (e anche nostre) su cosa fare, dall’altro ci ha fatti entrare in un momento di tristezza e delusione. Prima di ricominciare a pensare al matrimonio abbiamo quindi preferito far passare un paio di settimane e, dopo esserci tranquillizzati, siamo ripartiti dalla prima cosa da stabilire, la nuova data.

Tuttavia, l’incertezza sull’evoluzione della pandemia ci ha portato nuovi dubbi e domande: meglio rimandare il matrimonio di qualche mese (fine estate, inizio autunno) o aspettare di più? Dopo aver sentito voci di una possibile seconda ondata verso settembre, e non volendo rivivere l’esperienza appena trascorsa, abbiamo scelto per la seconda soluzione, per noi più sicura, e abbiamo rimandato questo nostro momento ancora di un anno.

Siamo convinti che così potremo godere della compagnia di tutti gli invitati (anche quelli provenienti dall’estero) e, grazie all’esperienza di un anno di convivenza con questo nuovo virus, festeggiare al meglio e in serenità il nostro tanto atteso matrimonio.

N.M, 1991, impiegata di commercio e M.B.,1987, specialista HR


VITA VISSUTA NEL PERIODO DI CORONAVIRUS

La prima volta che ho sentito parlare del coronavirus era il mese di dicembre.
La pandemia si era diffusa in Cina, provocando centinaia di morti, in quel periodo stavo attraversando un momento delicato della mia vita.
Il 20 dicembre 2019, da una risonanza, mi veniva diagnosticato un tumore alla testa.
Il 9 gennaio 2020 venivo ricoverata al Civico di Lugano, il giorno 10 gennaio mi fu tolto il tumore di 10 centimetri dal Dr. Thomas Robert e la sua équipe. L’operazione durò 12 ore, mi fu fatto un lavoro da certosino.
Al risveglio stavo malissimo, anche perché ero allergica all’anestesia.
Vomitai per due giorni, il terzo giorno dalle cure intense mi portarono in camera, assistita con grande professionalità dal personale medico e infermieristico.
Il 23 gennaio fui dimessa dal Civico, in condizioni pessime, vomitai durante tutto il percorso fino a casa, ero distrutta tanto che alle ore 23 ho dovuto recarmi, accompagnata da mio marito, al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni di Bellinzona.
Mi venne diagnosticata una gastroenterite, era questa che mi aveva provocato il vomito.
Fui dimessa alle 3 di notte, dopo le cure del caso.
Per due settimane sono stata visitata dal mio medico di famiglia che mi confermava che tutto andava bene.
Il 14 febbraio 2020, mi recai al Civico di Lugano per il primo controllo del Dr. Thomas Robert, il quale si accorse che c’era una perdita di liquido cefalorachidiano. Doveva intervenire subito.
Fui operata immediatamente, l’intervento durò 2 ore. Mi portarono in camera lo stesso giorno.
Vedevo gli infermieri con la mascherina, non mi rendevo conto di quello che stava succendendo. Mi dissero che bisognava proteggersi dal coronavirus che stava penetrando prepotentemente nel nostro Cantone.
Pensavo di avere superato questo brutto momento – che tristezza era terribile – la pandemia aveva colpito il mondo intero, un nemico invisibile stava seminando paura e morte.
Uscita dal Civico dopo 18 giorni, mi fu prescritta una convalescenza al centro Somen di Sementina, era iniziata la quarantena.
Tornata a casa, mi pareva di vivere in un paese fantasma. Non si vedeva in giro nessuno, era tutto surreale, si incominciava a parlare dei primi decessi anche in Ticino.
Io ero debole nel fisico e nell’anima, dovevo riguardarmi prendendo tutte le precauzioni del caso. In questo periodo buio della mia vita, un grande ringraziamento va al personale medico, ai miei cari, agli amici e al raggio di sole che mi ha regalato la piccola Aurora; tutti mi sono stati vicini con amorevolezza e grande conforto.
In questo periodo fragile della mia vita ringrazio Dio per avere superato questo brutto momento, desidero essere vicino a coloro che hanno perso i loro cari in maniera così violenta e devastante.
Il risultato positivo nel periodo della quarantena lo ha ricevuto la natura, era felice l’aria, limpido il cielo, le montagne di un verde mai visto. L’inquinamento era quasi scomparso, si respiravano i silenzi.
Ora, mentre scrivo tutto è tornato come prima.
Noi umani abbiamo la memoria corta, non c’è la sensibilità per migliorare; in questo periodo così difficile dobbiamo essere più rispettosi della natura e dei nostri simili e lo dico con grande amarezza.
A me sembra che dal coronavirus abbiamo imparato poco, migliaia di persone muoiono ogni giorno, il mondo intero sta gridando il suo dolore.
Si va sulla luna e ad esplorare Marte per maltrattare altri pianeti.

Valeria Sacchiero


Associazione DaRe
interviste ad alcuni utenti

Birtukan, 23 anni, eritrea, mamma di 2 bimbi di 3 anni e 2 mesi

Quali sono state le principali sfide/difficoltà durante la situazione di emergenza?
Birtukan ha vissuto questo periodo con maggiore paura e apprensione di altri perché era incinta di 7 mesi: il suo bambino è nato il 25 aprile scorso all’ospedale San Giovanni di Bellinzona. 

Fortunatamente non è risultata positiva al coronavirus e anche la gravidanza si è svolta senza particolari problemi.
Come chiunque non ha potuto ricevere visite da amici e parenti, nemmeno dal compagno che durante il periodo della  gravidanza ha accudito la figlia maggiore, ma che ora è tornato a Berna per lavoro.
Anche dopo la gravidanza, a causa delle disposizioni riguardanti il distanziamento sociale, Birtukan non ha ricevuto aiuto in presenza da nessuno.

Dove hai trovato un sostegno durante questo periodo?
Telefonicamente, Birtukan ha sentito tanti amici e i responsabili di casa DaRe che, benché ufficialmente chiusi, hanno cercato di aiutarla moralmente.
Anche la sua vicina dominicana le è stata di grande aiuto dal punto di vista morale.
Durante questo periodo solo la levatrice è entrata a casa sua mentre gli amici le parlavano dal balcone o dal piazzale.
Adesso sta bene, ma durante la gravidanza e nel periodo seguente ha avuto paura per la sua salute e per quella dei suoi figli. Si sentiva scoraggiata e depressa anche a causa di tutte le responsabilità  derivanti dall’arrivo del secondo figlio. Adesso la situazione è migliorata benché i compiti di mamma praticamente monoparentale non siano diminuiti. 

Shehab, 25 anni, yemenita, contabile di casa DaRe, disabile.

Quali sono state le principali sfide/difficoltà durante la situazione di emergenza?
Shehab ha avuto tanta paura perché soffre di insufficienza renale e quindi rientrava nella categoria di persone a rischio a causa del suo sistema immunitario debilitato.
L’isolamento sociale causato dal COVID-19, gli ha ricordato i 4 mesi di guerra da lui vissuti in Yemen. Questo periodo lo ha vissuto come una guerra silenziosa ma non meno dolorosa di quella Yemenita.  Ha temuto di cadere in depressione poiché non poteva vedere gli amici.

Hai trovato degli aspetti positivi, quali?
Gli aspetti positivi Shehab li riassume così: ha imparato a cucinare e ha approfittato del tempo a disposizione per visitare i luoghi nelle vicinanze scoprendo posti mai visti prima.

Dove hai trovato un sostegno durante questo periodo?
Shehab ha trovato molto sostegno da parte di suo zio, medico chirurgo a Locarno, che vive con lui. Lo ha consolato, raccontandogli quanto succedeva negli ospedali cantonali. Gli ha fatto capire che la sua situazione, seppur spiacevole, era comunque sopportabile, se rapportata a quella di altri.

Abdul Ghaffar Rahimi, 21anni, afgano

Quali sono state le principali sfide/difficoltà durante la situazione di emergenza?
Durante il picco di COVID-19 Abdul è stato ospite di una casa della Croce Rossa a Castione insieme ad altri ragazzi di diversi Paesi (afgani, siriani, eritrei, somali, kosovari, ecc.). Condivideva la camera con due persone, i servizi igienici erano in comune con gli altri ospiti.
Nella casa è stato difficile rispettare la distanza sociale indicata dalle autorità, anche l’utilizzo del bagno in comune era problematico e le condizioni igieniche scarse.
Psicologicamente è stato bene, ma da diverso tempo è in attesa di un appartamento tutto per sé e proprio per questo fatto, particolarmente in era COVID-19, si è demoralizzato un po’.

Hai trovato degli aspetti positivi, quali?
Abdul non riesce ad indicare nessun aspetto positivo di questo periodo.

Dove hai trovato un sostegno durante questo periodo?
I responsabili della Croce Rossa e quelli di DaRe hanno lo hanno aiutato. Ma la sua priorità ora è trovare un lavoro, cosa ancora più complicata del solito a causa della pandemia.

Teberh, 50 anni, eritrea

Quali sono state le principali sfide/difficoltà durante la situazione di emergenza?
Teberh ha vissuto abbastanza bene questo periodo. Temeva che suo figlio di 17 anni, che voleva sempre uscire, non rispettasse il distanziamento sociale.
Era triste per i troppi morti in Italia e poi in Ticino; piangeva molto per gli altri e pregava il Signore.
Era molto attenta a rispettare le norme igieniche; in particolare lavava tutti i prodotti e gli imballaggi che acquistava al supermercato perché le sembrava importante che tutti facessero la loro parte rispettando le regole imposte dalle autorità.

Hai trovato degli aspetti positivi, quali?
Teberh non ha trovato aspetti particolarmente positivi durante questo periodo.

Dove hai trovato un sostegno durante questo periodo?
Durante il periodo di confinamento l’unico sostegno concreto lo ha ottenuto da Lara Robbiani, direttrice dell’ Associazione DaRe.


BARBENGO

Questi giorni sono colmi di presunta paura,  prevale però in molte persone anche uno spirito di tenacia per affrontare questa quarantena.
Per fortuna sopra casa mia c’è un grande parco dove, finite le lezioni, posso andare a fare qualche passeggiata e giretto respirando aria pulita perché, beh, ormai dall’inizio dell’allarme pandemia l’inquinamento è diminuito drasticamente, lasciando spazio al canto degli uccelli. Al mattino è sempre bello aprire la finestra e respirare un po’ d’aria fresca.
Posso dire che il tempo, io come molti altri miei compagni, lo stiamo occupando bene sia con la scuola e i compiti ma anche con qualche passatempo, come giocare alla ps4 con A.,  con L. o Al. Mi diverte giocarci. Si allevia lo stress e le preoccupazioni e ci divertiamo un mondo. Solo dopo arriva la noia. Com’è potente il suo tocco che ti lascia spiazzato, senza idee.
Penso sia capitato a tutti quel momento in cui non hai niente da fare, anche se spesso è diverso perché non si vuole trovare qualcosa da fare. La noia può essere molto crudele a volte. Inizialmente, ti punzecchia da dietro ma non sono quei punzecchi soliti magari di un’ape o di un pizzicotto. No, è più letale del veleno ma allo stesso tempo innocua, come le farfalle. Si nasconde dietro una maschera, per poi rivelare cosa c’è dietro, meglio non passarci troppo tempo con la noia: ti distruggerà dentro. Tutto ciò però non avviene fisicamente, ma mentalmente. Questo è il metodo più semplice per attaccare. In questi giorni sembra che stare bene, beh, non vale.
C’è chi si inventa i passatempi: tutti vorrebbero evitare quei momenti d’inferno. La nostra ultima speranza, come in Guerre Stellari, risiede in noi stessi. Se ci si pensa un attimo, il mondo può cambiare da un momento all’altro, abbiamo conquistato una terra, usciremo anche da questo. Certo, perché ciò avvenga devono volerlo tutti, sennò non cambierà proprio niente. Ne trarremo tante conclusioni da questo coronavirus: la più importante sarà la soddisfazione di aver dato un contributo. Anche solo con un piccolo gesto, come portare la spesa agli anziani, la generazione più a rischio.
Questo virus è più veloce di un proiettile, più letale del cianuro, più crudele del diavolo. Ma nonostante tutto ne usciremo vincitori.
Le mie abitudini non sono cambiate troppo per fortuna e gli hobby sono gli stessi. Forse una cosa è cambiata sia per noi studenti sia per i genitori lavoratori: lo smart working, che finora ha portato risultati positivi.
Questa epidemia sta portando argomenti e rischi sia negativi che positivi: ci siamo resi conto, per esempio, che prima usavamo più di quanto necessario per vivere. Ma questa è solo una considerazione, ce ne sono molte altre da analizzare.
Alla prossima per altre storie.

Giacomo Masciadri, studente SM


Ho quasi 79 anni e mai avrei pensato che, nel nostro paese, una simile influenza virale avrebbe fatto così tanti malati e morti!
Sono fortunata perché abito in un piccolo paese (frazione di Giubiasco ora Bellinzona). Per 2 mesi mi è stato d’aiuto mio figlio e il suo compagno sia per la spesa che per altre cose.
Il giardino e l’orto mi hanno tenuta occupata per tutto il periodo di chiusura.
Io ho ancora due zii: una di 97 anni che si trova al Mater Christi a Grono e uno zio di 95 anni in casa anziani a Giubiasco. La cosa che mi ha fatto più male è stato non poter andare a trovarli per così lungo tempo! Prima della pandemia andavo da loro una volta alla settimana e questo mi è mancato, ma soprattutto è mancato a loro. E non sappiamo per quanto tempo ancora!
L’anziano è quello che ha più sofferto per questa situazione ma anche tutta la comunità è stata molto toccata da questa pandemia.

Gabriella Rossi, 1941